Sottotitoli

Rock
Michail Gorbaciov
Unione Sovietica
Aleksej Učitel
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Rock

documentario musicale diretto da Aleksej Učitel'
1987 - Film Studio Lendoc

Viktor Tsoj, Oleg Garkusha, Yurij Shevchuk e Boris Grebenschikov. Al mattino, lavorano come custodi e spazzini, e la sera riempiono gli stadi. Nel film vediamo le loro personalità forti che non si adattano alla noiosa realtà sovietica. I nuovi eroi dei giovani del periodo di Perestroika, sono evidentemente diversi da quei ragazzi allegri della musica della TV sovietico di quegli anni.

Sottotitoli a cura di Francesca Loche

Contesto storico e sociale

"...c’era una volta, ma oggi non c'è più, l’Unione Sovietica, Paese dalla scarsa libertà di espressione, dove ogni fenomeno artistico ufficiale passava all’attento vaglio della censura prima di essere approvato. E proprio in questo Paese che oggi non c'è più queste due realtà si incontrano e danno vita a un nuovo filone dell’underground sovietico che, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, pullula di musicisti che conquistano subito i cuori e le orecchie di molti. Suonano rock, questi nuovi musicisti, la musica arrivata dall’Occidente, diavolo da scacciare prima che corrompa l’ordinata società sovietica come già ha fatto oltre cortina. E cantano testi, alcuni, piuttosto critici, altri invece di disagio esistenziale, di religione, dell’ingiustizia della guerra e di molto altro ancora. Ed è chiaro che non possano andare a genio al governo di una nazione i cui slogan sono tutti impregnati di entusiasmo, dedizione al partito, giustizia e ottimismo. Un Paese che si vanta di offrire, a dispetto di ogni evidenza, la migliore delle vite possibili. Proprio per questo i rocker che parlano davanti alla telecamera di Učitel’ vengono percepiti come potenzialmente pericolosi e tenuti sotto controllo, sebbene loro stessi non riconoscano nella propria arte nulla di anti-sovietico e non cerchino in alcun modo di ribaltare la situazione attuale quanto piuttosto di conviverci trovando nel contempo un modo per esprimere se stessi.

Ed ecco perché il rock in Unione Sovietica è rimasto per lungo tempo un fenomeno di nicchia, sempre ai limiti della legalità. Se un divieto vero e proprio non esisteva, è chiaro però che nel cielo “nuvoloso variabile” della censura sovietica, che subiva spesso gli umori del momento senza seguire una linea coerente e continua, si alternavano momenti di aperta ostilità verso l’attività di questi giovani ad altri di indifferenza totale. Una vita vissuta volutamente ai margini, quella dei suoi musicisti, parallela alle grandi parate e alle feste di partito, fatta di concerti clandestini a casa di amici e conoscenti, i cosiddetti “kvartirniki”, e di musica registrata con semplici mangianastri, i “magnitozdat”, dentro cucine claustrofobiche o in studi abusivi. Erano queste ultime le pratiche che potevano considerarsi illegali, quando retribuite, e spesso servivano da scusa per bloccare l’attività di artisti scomodi.

Dovrà passare ancora del tempo prima che il rock conquisti sale da concerto e stadi, attraversando una fase di semi-ufficialità rappresentata dal “Rock club” di Leningrado e dal successivo avvento della perestrojka. Ed è proprio durante questa fase che nel 1988 esce il documentario “Rock” che, neanche a dirlo, ottiene un successo strepitoso.

Gli ultimi minuti che seguono i titoli di coda sono dedicati al rocker e poeta Aleksandr Bašlačev che, dopo aver preso parte alle riprese del film, volle essere omesso dalla pellicola per motivi sconosciuti. Morto poco tempo dopo cadendo dall’ottavo piano del suo appartamento di Leningrado, probabilmente suicida, verrà omaggiato con l’aggiunta postuma di una sua esibizione e di alcune scene del suo funerale filmate dallo stesso Učitel’. La traduzione del brano non rende putroppo onore della complessità della lingua usata dal poeta, fatta di metafore intimamente legate alle sonorità delle parole scelte, ma spero possa comunque essere un punto di partenza per chi vorrà approfondire la sua figura."

Editoriale di Francesca Loche per Russia in Translation


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